Nebbia su Brescia

Sulla scomparsa della nebbia in Val Padana

Non è molto che è uscito un interessante studio del CNR, sotto la supervisione del dottor Sandro Fuzzi, in cui si dimostra che le nebbie padane sono diminuite negli ultimi 20/30 anni di quasi il 50%. Per noi abitanti della Pianura non è una sorpresa, visto che ci eravamo già accorti empiricamente della diminuzione notevole dei fenomeni persistenti di nebbia e galaverna invernali. Certamente, però, avere la prova scientifica di una impressione imperita è ben altra cosa.

Stranamente di questo fenomeno a tutti gli effetti positivo non se ne parla a livello mediatico. Non sia mai che i presunti cambiamenti climatici di origine antropica non creino situazioni anche positive!

Quali le cause?
Lo studio afferma in modo netto che è ancora poco chiaro quale possa essere la causa prima di tale diminuzione. Si citano due possibili concause: il solito aumento termico legato al Global Warming e la notevole diminuzione del particolato inquinante. Emerge infatti che i classici inquinanti della Pianura Padana, l’anidride solforosa, l’ammonica e gli ossidi di azoto, sono diminuiti in modo eclatante, e con essi anche l’acidità delle goccioline di acqua che formano le nebbie: non si potrà più parlare di nebbie acide, dunque.

Pianura Padana meno inquinata


Sappiamo bene come il particolato antropico funga da fondamentale nucleo di condensazione per le nebbie padane. Il passaggio dalle vecchie fonti di riscaldamento a carbone degli anni ’60 e a gasolio poi verso quelle più pulite a gas naturale e fonti più pulite non è stata cosa da poco. Siccome la Pianura Padana è tra i luoghi dell’Europa più vulnerabili all’inquinamento antropico, a causa proprio della sua conformazione morfologica e del suo clima continentale (scarso ricambio di aria), da anni si sono attivate politiche volte alla mitigazione e alla misurazione degli inquinanti, tra gli ultimi il famigerato particolato tipo PM 10, 2,5 ecc.

E il riscaldamento globale?


Vi sono come sempre diversi dataset a cui fare riferimento per capire di quanto è stato l’aumento termico medio in Pianura Padana negli ultimi 50 anni in inverno. E non sempre sono coerenti tra di loro. Di certo un aumento vi è stato, valutabile intorno ai +0,5°C, in diversi casi anche maggiore. Ma al di là della portata dell’aumento termico, che non si vuole certo negare, certo è difficile metterlo in correlazione con questa eclatante diminuzione del fenomeno. E’ del tutto evidente che una differenza di 0,5°C, in più o in meno nelle temperature notturne, non determina di per sé grandi cambiamenti nel sistema fisico padano: nebbie fitte si possono avere a diversi range termici.

Semmai si potrebbe investigare sul fatto che in questi ultimi decenni si sia instaurata una maggiore ventilazione media a causa di eventuali configurazioni bariche diverse da 50 anni fa e che rende più difficile il formarsi della nebbia.

Sappiamo bene che la nebbia si forma e si amplifica in occasione di estesi e duraturi anticiclonici dinamici. Ora se analizziamo la carta tematica relativa alle anomalie dei geopotenziali all’altezza di 500 hPa tra il 1987 circa e il 1995 noteremo ampie anomalie dei GPT positive, indice di frequenti anticicloni invernali. Ben diverso il discorso riguardo alla fine degli anni 1990 e agli anni 2000, dove invece notiamo una lieve anomalia negativa nell’altezza dei geopotenziali, ovvero una maggiore frequenza del flusso semizonale o comunque di fasi più ventilate e quindi meno favorevoli alla formazione di nebbie persistenti.

L’uso del suolo e la cementificazione

Senza dubbio l’uso dei terreni agricoli potrebbe avere avuto un ruolo nel mettere a disposizione maggiore o minori quantità di umidità nella bassa troposfera. Mi riferisco in particolare alla scomparsa di terreni umidi, cioè delle classiche marcite, così diffuse nelle nostre pianure soprattutto milanesi fino a metà anni ottanta del secolo scorso.

La cementificazione selvaggia che ha colpito il suolo lombardo negli ultimi 40 anni ha comportato altre sì l’ampliamento di vaste zone definibili isole di calore urbane. Il motivo è semplice: dalle colate di mento, case, palazzi, strade e parcheggi di notte fuori esce poco vapore acqueo, a differenza di un terreno agricolo o di un prato.

Sta di fatto che una volta le nebbie erano, non solo assai frequenti, ma, come si dicevano, erano così fitte da tagliare col coltello.

Ecco che allora si potrebbe facilmente sostenere, basterebbe solo onestà mentale, che non tutto quello che è del passato è bello, solo perchè del passato. E che a volte, sia pure faticosamente qualche cosa di positivo per l’ambiente lo si sta già facendo: la diminuzione netta d’incidenti e vittime sulla strada per i drammatici tamponamenti caratteristici di quegli anni. Oppure un inquinamento, sia pure ancora presente nel catino padano, ma in lenta via di miglioramento.

No, perché da anni ormai c’è un curioso tira a segno ossessivo contro ogni cosa che fa l’Uomo: un accanimento masochista “a reti unificate” che poco ha a che fare con la scienza, quella vera, quella che non si stanca mai di cercare ed approfondire i nessi tra causa ed effetto.

Solo con una certa obiettività alla luce del senso storico dei fenomeni permette di valorizzare anche il fatto che proprio quella “civiltà dei veleni, delle industrie, degli inquinamenti, dei tumori ecc.” ha portato l’aspettativa di vita media da 600 anni a oltre 80, e non mi sembra un cattivo risultato.

Fausto Cavalli

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