Bisogna temere il freddo, non il caldo

Sebbene siamo continuamente bersagliati da una narrativa mediatica che afferma come il caldo causato dal cambiamento climatico di origine antropica sia pericoloso per la salute umana, The Lancet , in uno studio del 2015 afferma esattamente il contrario. Secondo questo paper bisogna temere il freddo, non il caldo e i numeri a livello mondiale lo dimostrano in maniera incontrovertibile. La ricerca (Mortality risk attributable to high and low ambient temperature: a multicountry observational study) mirava a quantificare il carico di mortalità totale attribuibile a una temperatura ambiente non ottimale e i relativi contributi da parte di eccessi di caldo o di freddo.

L’interesse per questo argomento è aumentato dopo episodi di condizioni meteorologiche di caldo estremo, notevolmente amplificato dai martellanti rapporti sui cambiamenti climatici, tutti nel segno di scenari apocalittici provocati da temperature sempre più elevate.

Sono stati raccolti dati per 384 località in Australia, Brasile, Canada, Cina, Italia, Giappone, Corea del Sud, Spagna, Svezia, Taiwan, Tailandia, Regno Unito e Stati Uniti. Tramite il modello di Poisson sono state analizzate le serie temporali standard per ciascuna località, stimando l’associazione temperatura-mortalità tramite un modello non lineare distribuito con 21 giorni di ritardo. In questo modo gli studiosi hanno calcolato le morti attribuibili per caldo e freddo, definite come temperature al di sopra e al di sotto della temperatura ottimale, sia per temperature moderate, che estreme, definite utilizzando cutoff al 2 ° 5 ° e 97 ° 5 ° percentile di temperatura.

In questo modo sono stati analizzati 74.225.200 decessi avvenuti in vari periodi, tra il 1985 e il 2012. In totale nei paesi selezionati, il 7,71% della mortalità era attribuibile ad una temperatura non ottimale, con differenze sostanziali tra loro. Il percentile di temperatura della mortalità minima variava da circa il 60° percentile nelle aree tropicali a circa l’80-90° percentile nelle regioni temperate. 

I risultati dello studio

Il maggior numero di morti attribuibili alla temperatura è stato causato dal freddo (7,29%) rispetto al caldo (0,42%,), mentre nel complesso le temperature estremamente fredde o calde erano responsabili solo dello 0,86% (0,84-0,87) della mortalità totale.

Pertanto è risultato che la maggior parte del carico di mortalità correlato alla temperatura, era attribuibile al contributo del freddo. L’effetto dei giorni di temperature estreme è stato sostanzialmente inferiore a quello attribuibile a un clima più mite, ma non ottimale. Questa evidenza ha evidenti implicazioni per la pianificazione degli interventi di salute pubblica, per ridurre al minimo le conseguenze sulla salute da temperature avverse. Tuttavia una doverosa riflessione andrebbe fatta riguardo alle fosche asserzioni, che il previsto incremento della temperatura mondiale descritto negli scenari di cambiamento climatico sia deleterio per la salute umana. Lo studio dimostra che dovremmo invece temere per la salute pubblica, piuttosto un ritorno a temperature più basse rispetto ad oggi.

I meccanismi fisiopatologici sottostanti che collegano l’esposizione a temperature non ottimali e rischio di mortalità, non sono stati completamente chiariti. Il colpo di calore nelle giornate calde e l’ipotermia nelle giornate fredde rappresentano solo piccole proporzioni di morti in eccesso. La temperatura ambiente può rappresentare un importante fattore di rischio e sono necessarie ulteriori indagini per rafforzare la comprensione degli effetti sulla salute. 

Gli studi epidemiologici sull’argomento affrontano sfide importanti nella modellazione della dipendenza temperatura-salute. In primo luogo bisogna tenere conto dell’associazione dose-risposta, che è intrinsecamente non lineare, ed è pure caratterizzata da un periodo di latenza per il caldo e il freddo, ovvero l’eccesso di rischio causato dal caldo è tipicamente immediato e si verifica entro pochi giorni, mentre gli effetti del freddo è stato segnalato poter protrarsi fino a 3 o 4 settimane (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/18952849/).

In secondo luogo, l’associazione è eterogenea tra le popolazioni a causa dell’acclimatazione, delle diverse risposte di adattamento e della variabilità dei fattori di suscettibilità. La modellazione di modelli così complessi richiede un approccio statistico sofisticato. Sebbene gli studi abbiano quantificato l’associazione in termini di rischio relativo (RR), pochi hanno fornito stime dell’onere attribuibile, sia come eccesso assoluto (numeri) che eccesso relativo (frazioni) di morti. L’evidenza del rischio attribuibile della temperatura è molto spesso limitata a eventi estremi, in particolare ondate di calore, sebbene poche indagini abbiano riportato valori da associazioni dose-risposta stimati in modelli con la temperatura come variabile continua.

Metodica utilizzata

Sono stati raccolti dati giornalieri di serie temporali, tra cui mortalità, variabili meteorologiche e misure di inquinamento atmosferico, da 384 località in 13 paesi: Australia (tre città, 1988-2009), Brasile (18 città, 1997-2011), Canada (21 città , 1986-2009), Cina (15 città, 1996-2008), Italia (11 città, 1987-2010), Giappone (47 prefetture, 1985-2012), Corea del Sud (sette città, 1992-2010), Spagna (51 città, 1990-2010), Svezia (una contea, 1990-2002), Taiwan (tre città, 1994-2007), Thailandia (62 province, 1999-2008), Regno Unito (dieci regioni, 1993-2006) e USA ( 135 città, 1985-2009). La mortalità era rappresentata dal conteggio giornaliero dei decessi per tutte le cause o, dove non disponibile, solo per cause non esterne (Classificazione internazionale delle malattie [ICD] -9 0-799, ICD-10 A00-R99). per riferimento è stata scelta la temperatura media giornaliera come indice di esposizione, calcolato dalle stazioni di monitoraggio meteorologiche, sia come media tra i valori massimi e minimi, che come media nelle 24 ore. E’ stata effettuata un’analisi di sensibilità, modificando le scelte di modellazione, sostituendo la mortalità per tutte le cause con quella non esterna e controllando l’inquinamento atmosferico e l’umidità nel sottoinsieme di paesi che hanno fornito tali informazioni. 

I risultati nel dettaglio

Come prevedibile, le popolazioni dei diversi paesi hanno sperimentato un’ampia gamma di temperature, con medie specifiche comprese tra 6,5 ​​° C in Canada e 27,6 ° C in Thailandia. Queste temperature sono indicative di regioni caratterizzate da climi diversi: dai paesi freddi (Canada, Svezia e, in misura minore, Regno Unito), alle latitudini temperate del Mediterraneo (Spagna e Italia), dell’Asia orientale (Corea del Sud e Giappone) e del sud -area dell’emisfero (Australia), alle aree tropicali e subtropicali (Brasile, Taiwan e Thailandia). Altri grandi paesi (Cina e USA) includevano località con climi più eterogenei.

Nella Tabella due è puntualmente indicato il rischio calcolato in alcuni paesi, tra cui l’Italia. Il dato non lascia dubbi: il rischio per eccesso di freddo è pari al 9,35%, rispetto ad un ben minore 1,62% per il caldo.

La figura 2 evidenzia ancor più la differenza del rischio mortalità dettato dalle temperature moderatamente fredde (barre di colore azzurro), rispetto a quelle moderatamente calde (barre di colore rosa).

Figura miniatura gr2

Figura 2 Frazione della mortalità per tutte le cause attribuibile a temperature calde e fredde moderate ed estreme per paese. Temperature estreme e moderate alte e basse sono state definite con la temperatura minima di mortalità e il 2 ° 5 ° e il 97 ° 5 ° percentile di temperatura. distribuzione come valori limite.

Alcune considerazioni devono essere riconosciute. In primo luogo, sebbene questa indagine includa popolazioni con caratteristiche notevolmente diverse e che vivono in un’ampia gamma di climi, i risultati potrebbero anche non essere rappresentativi a livello globale. Non sono state incluse intere regioni, come l’Africa o il Medio Oriente, e la valutazione è stata principalmente limitata alle popolazioni urbane. Sebbene i risultati suggeriscano una variazione sostanziale tra paesi nel rischio attribuibile sia per il caldo che per il freddo, l’analisi non ha caratterizzato queste differenze per identificare le cause determinanti della suscettibilità o della resilienza agli effetti della temperatura. Questi ulteriori aspetti potranno essere affrontati nella ricerca futura, estendendo il set di dati alle popolazioni che vivono in altre regioni, o in altre areali, ad esempio rurali.

I risultati suggeriscono che le politiche di adattamento dovrebbero essere estese e riorientate per tenere conto dell’intera gamma di effetti associati alla temperatura (N.d.r. caldo ma anche freddo), sebbene siano necessarie ulteriori ricerche per chiarire quanta della mortalità in eccesso relativa a ciascun componente sia prevenibile. Lo studio fornisce anche una base per migliorare le previsioni sugli effetti del cambiamento climatico. I risultati sottolineano come sia necessaria una valutazione completa e non irrazionale, per fornire una stima appropriata delle conseguenze sulla salute dei vari scenari di cambiamento climatico, sia caratterizzati dal caldo, ma anche, a maggior ragione visti i risultati, per il freddo.

Per ulteriori dettagli e informazioni riguardo il presente studio in originale: https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(14)62114-0/fulltext

Il presente articolo è stato liberamente tradotto da Fausto Cavalli.

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